Tavola tracciata

La Musica, Divina Scienza

Simbolismo

La Musica “divina scienza”: connessione al trascendente, tra potere del suono e vibrazione

Per poter introdurre l’argomento tracciato in questa tavola è necessario segnare un concetto come vero. La musica, come legame di suoni, piace a tutti; e per tutti non si intende tutti noi fratelli, nemmeno si intende tutti gli esseri umani. La musica, il bel suono consonante, piace ed ha un effetto su ogni essere animato. Il perché ad ognuno di noi piaccia un certo tipo di musica più che un altro sicuramente dipende dal contesto socio-culturale ma, in piccola parte, c’è una connotazione incosciente che ci attira a certi suoni piuttosto che altri che non dipende dal contesto in cui viviamo quanto dal fatto che quel suono crea in noi uno stato d’animo che, magari, non crea in chi è accanto a noi. Si dice infatti: fa vibrare certe corde. Stesso dicasi, per il mondo animale e, addirittura, per quello vegetale, sebbene in questo caso non possa strettamente intendersi in modo cosciente. Anche laddove si prescinda dal concetto di bel suono, di piacevole, deve tenersi a mente che la musica, o i singoli suoni che la compongono, anche presi singolarmente o uniti in modo dissonante quindi anche quando semplice “rumore” hanno un effetto su ogni cosa. Il concetto sopra esposto non è facilmente sconfessabile. Soprattutto se volessimo escludere la parola musica e concentrarci sul concetto di suono od ancora più specificatamente sul concetto di vibrazione. Cosa è il suono? E’ un fenomeno fisico prodotto dalla vibrazione di un corpo tendenzialmente elastico che si propaga attraverso un mezzo (di solito l’aria per noi che ascoltiamo), questo mezzo assorbe lentamente il suono che lo attraversa sino a che diventa silenzio, assenza di suono

Il concetto di vibrazione, prima che di suono, è talmente importante da poter affermare, come è stato fatto, che esso sia alla base dell’universo. Il suo studio permea la filosofia antica come la moderna scienza della materia. Quindi un campo vasto come mai ce ne potrebbero essere. Per questo motivo non possiamo, in questa sede, che soffermarci su pochi, limitati, concetti a noi cari, senza pretesa non tanto di completezza, il che sarebbe impossibile, ma nemmeno di vero approfondimento

Il primo filosofo a noi uso che assurse la Musica a Divina scienza fu Pitagora. Il suo incontro con il suono come espressione numerica valutabile è riferito ad alcune leggende delle quali scegliamo di raccontare quella secondo cui nel suo passaggio accanto ad una fucina di un fabbro ascoltava il suono di alcuni martelli che battevano il ferro. Nel loro intercalare notò che alcuni erano assonanti, piacevoli, altri no. Un giorno entrato nell’officina del fabbro si rese conto che i diversi suoni scaturivano da martelli di diverse grandezze che tuttavia battevano lo stesso pezzo di ferro. Ne ricreò un esperimento utilizzando un monocordo, una struttura formata da una corda tesa su di una cassa di risonanza aperta. Scoprì che i suoni prodotti avevano un rapporto numerico tra di loro in conseguenza con la lunghezza della corda che man mano pizzicava per emettere il rispettivo suono

L’esperimento lo portò a scoprire che, a prescindere dallo spessore della corda, se essa è della stessa lunghezza (cosidetto rapporto 1:1) si suona un unisono, ad esempio, due corde della stessa lunghezza suonano entrambe un DO. Se il rapporto è portato 2:1, quindi si raddoppia la lunghezza della corda, si ottiene sempre un DO ma di un’ottava superiore. Ampliando l’esperimento trovò altri rapporti. Quelli utili per noi sono il rapporto 3:2 che suona la quinta nota della scala diatonica, il SOL, ed il rapporto 4:3 che suona la quarta nota della scala diatonica, il FA. Scoprì, quindi, che i primi 4 numero interi 1,2,3 e 4, creano tra di loro rapporti fondamentali e di grande interesse. Infatti i rapporti sopra accennati 2:1 ottava, 3:2 quinta, 4:3 quarta compongono le forme universali della consonanza. Oggi noi sappiamo che i rapporti tra le note corrispondono alle diverse frequenze ma Pitagora non aveva ancora contezza del concetto di frequenza, quella che noi misuriamo in Herz. Scoprì comunque i suoni e gli intervalli che ancora oggi governano, leggermente variati, le regole dell’acustica nella musica occidentale. Al di là dell’aspetto prettamente musicale egli pose in relazione questi 4 numeri 1, 2, 3 e 4, che sommati numerano 10 e compongono il noto numero “magico” dei pitagorici, rappresentazione matematica dell’oggetto chiamato Tetraktys. Quest’oggetto simboleggia la perfezione del numero e degli elementi che lo comprendono, era allora per i pitagorici il paradigma numerico della totalità dell’Universo. Proprio dallo studio del legame tra musica e numeri Pitagora concluse che il numero è sostanza di tutte le cose e che, quindi, tutto fosse misurabile e si potesse descrivere in maniera razionale con numeri interi. Sia questo tutto riferito al movimento degli astri, al succedersi delle stagioni, ai cicli delle vegetazioni come delle armonie musicali. Ora, senza voler appiattire questa tavola a Pitagora, dobbiamo riferire a lui quanto poi è stato successivamente dissertato da aristotele, platone, fino ad arrivare a Boezio che, tra le arti liberali del quadrivio assumeva la Musica. La scala pitagorica, leggermente diversa da quella moderna ripeto, ha avuto una importanza fondamentale nella matematica classica. Possiamo dire che dopo Pitagora non ci fu nessun trattato di matematica greca che non avesse un capitolo sulla musica. Abbiamo già accennato al fatto che la moderna scienza abbia dato al suono pitagorico una connotazione diversa, quella di onda sonora. Essa si può rappresentare con un grafico dalla forma ondulata chiamato sinusoide. La distanza tra la parte alta di quest’onda (la cresta) e la parte bassa (il ventre) è l’ampiezza del suono mentre la distanza tra due creste e due ventri è la lunghezza d’onda. La modulazione di suono che più facilmente capiamo è quello della parola. Le nostre corde vocali si contraggono affinchè l’aria che tra di esse passa abbia un suono di diverse forme sonore e con esse componiamo la parola. Eppure il suono, la vibrazione prima che la musica, è di importanza primaria per tutto l’universo anche oggi e ne conosciamo solo limitate applicazioni. Un esempio lo traiamo dalla “risonanza magnetica” in campo medico. Senza addentrarci nel funzionamento della macchina sappiamo oggi che orientare la materia senza, in qualche modo, propriamente toccarla non solo è possibile ma è utilizzato in molti campi della medicina, dello studio elettromeccanico, dello studio dell’atomo e delle particelle infinitesimali della materia conosciuta. Potremmo citare ancora gli ultrasuoni o gli infrasuoni e cosi via

Comunque sia, quale può essere il legame tra il suono, la vibrazione ed il “trascendente”. Credo che un po’ sia già balzato agli occhi, lo stretto rapporto che gli antichi filosofi concedevano al suono, alla musica, ed al divino quand’anche all’universo noto non è stato perso in epoca moderna. Diversamente, soggiogando l’aspetto mitologico e mitico della natura e del Dio esterno ad essa, cui trascendere con evocazioni, sacrifici, inni, possiamo assolutamente e scientificamente ritrovare una diversa lettura del passato che, per diverse vie, giunge a conclusioni non dissimili dal presente. Siamo legati e reagiamo inconsapevolmente al suono, alle vibrazioni. Essi sono in grado di incidere sull’animo umano in modo inconsapevole o consapevole. Quando una musica suona, il suo essere rilassante oppure incalzante orienta il nostro animo in modo non dissimile da quello di chi ci è accanto, senza che lo vogliamo, a volte senza che ce ne accorgiamo. Reagiamo, quindi, come la limatura di ferro con la calamita magnetica, come gli atomi di idrogeno alla risonanza magnetica, senza che gli stessi atomi abbiano una coscienza volitiva ad orientarsi, eppure lo fanno per loro natura, ed in quel momento emettono un flebile ma distinto suono registrabile. La Teoria delle Stringhe assume come le forze fondamentali della natura possano essere considerate come delle corde, stringhe appunto, monodimensionali e vibranti. Di dimensioni infinitamente piccole si propagano ovunque nello spazio ed interagiscono fra loro costituendo la rete della realtà. Osservate ad un livello maggiore della Costante di Plank, ossia 10 alla meno 35 metri, esse appaiono come normali particelle, con massa, carica ed altre proprietà che però sono determinate allo stato vibrazionale della Stringa. Secondo la Teoria delle Stringhe, quindi, la materia tutta non è altro che vibrazione. Seppur per vie diverse, dicevamo, ogni cultura ha concesso e scoperto l’importanza del suono e della vibrazione. Secondo la concezione vedica dell’Universo esso è formato da cinque elementi o stati della materia che derivano tutti dallo squilibrio primordiale nella forma del suono Ohm. Il termine Akasa (etere) non corrisponde al vuoto ma al substrato onnipresente che consente agli altri elementi di esistere, ne è il contenitore. Pertanto come Akasa, il suono, inteso come vibrazione, definisce ed attraversa tutti gli stati della materia determinandone le caratteristiche. A ben vedere il concetto risalente al 2000 a.c. dell’Akasa e quello della Teorie delle Stringhe, con opportune ed evidenti differenze, elaborano un concetto simile nella vibrazione costante dell’universo e di tutte le sue componenti. E non è un caso se l’ohm pronunciato oggi è ritenuto il suono cosmico - nominato sia dalla cultura vedica come dalla buddista o dai sufi - che tende al riequilibrio. Esso si vorrebbe suonasse a 432 Herz, richiamando a questa frequenza la vibrazione della natura. Anche qui, non mi pare utile approfondire ulteriormente per non appesantire il nostro discorso, quel che vorrei passasse è che culture diverse in epoche diverse hanno rinvenuto nella vibrazione e nel suono un comun denominatore per trascendere la fisicità tangibile del singolo essere umano e, attraverso metodiche diverse, creare un ponte con il sovrannaturale, con lo spirituale, sia a livello verticalizzante ma anche a livello orizzontale, cioè tra pari. Questo attraverso una versione della vibrazione nella sua forma di suono assonante, cioè di musica. In questo la musica, più propriamente intesa, ha una forte connotazione di catalizzatore e strumento per allineare le vibrazioni dei singoli, per tentare di eleminare le dissonanze assorbendole alle consonanze. Portare chi quella musica ascolta a muoversi, sentire – nel senso di emozionalmente provare – elevarsi coralmente ad uno stato diverso, risulta più semplice di quanto i singoli potrebbero. Questo può favorire il trascendere di tutti per merito dei molti ed eliminare la difficoltà del singolo a rendersi autonomamente parte del tutto, come se una mano tesa da parte di chi ci circonda ci portasse con sé e con gli altri. Non è un caso se la musica ha sempre fatto parte della ritualità, sia sotto forma di mantra come di musica vera e propria. Non pare quindi strano notare che nelle costituzioni di Anderson del 1723 vi fosse una parte, l’ultima, nella quale sono indicate le quattro canzoni con relativi spartiti della Loggia: Il Canto del Maestro, il Canto del Sorvegliante, l’Inno del compagno d’Arte, l’Inno d’entrata dell’Apprendista. La musica è da sempre parte del rito, per la sua forza evocativa e per la possibilità - suo tramite di aiutare lo svolgimento del rito attraverso una colonna sonora. Sono innumerevoli i fratelli massoni che erano anche noti compositori e artisti, i quali hanno riempito le loro opere di simbolismo massonico ma, parallelamente, hanno contribuito a ricercare quella vibrazione trascendente che la musica può aiutare a rinvenire. Se Mozart è il più famoso, per ovvi motivi, ed il Flauto Magico ai posteri molto noto è intriso di simbolismo massonico non deve dimenticarsi dall’ingresso in Massoneria in poi ogni sua opera poteva essere di ausilio alla ritualità. Può far sorridere immaginare che gli Austriaci quando si vollero dotare di un inno nazionale successivamente alla Guerra Mondiale, per discostarsi da quello precedente di Haydn scelsero proprio Mozart ed il coro della sua opera K623 che poi, parrebbe, nemmeno essere di Mozart. Comunque sia, un coro massonico. Non ci sfugge che durante un film la colonna sonora possa rendere più allegro un passaggio, ovvero sottolineare ed aggravare un momento cupo, far sobbalzare lo spettatore in modo inaspettato, aiutare quindi a creare in modo efficace l’emozione che il regista sta narrando. La musica è una narrazione ulteriore alla narrazione visiva, anzi ne è parte imprescindibile. Cosi nel rito la musica è vibrazione comune che aiuta tutti i fratelli ad unirsi e, tramite essa, ad esser condotti dal Nadir allo Zenit. Non riduciamola a mero ausilio in quanto, come abbiamo detto, essa è composta dalla vibrazione di tutto ciò che ci circonda e permea, ed in tal veste ci attraversa e sostiene. Il Logos non è che una versione non ritmata e non melodica della stessa vibrazione appartenente alla Musica, quindi durante il rito creiamo la parola ogni volta che la pronunciamo, così creiamo la musica ogni volta che la ascoltiamo. Insieme, le vibrazioni in consonanza, quando lo sono, portano il rito al trascendere in modo più efficace di quanto possa esser fatto dalla parola solamente. Ciò per quel concetto che avevamo già espresso, la musica - anche inconsapevolmente - muove delle corde in noi, ci fa vibrare e come diapason cerca di allineare tutti alla stessa lunghezza d’onda

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