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Rituale di Chiusura dei lavori in grado di Apprendista

tornata 2026-05-05 ☉ 15 min di lettura ✓ verificata il 2026-07-12

📖 Tornata Informale — 5 maggio 2026

Il Rituale di Chiusura dei Lavori in Grado di Apprendista


Il tema

Chiudere i lavori non è un atto amministrativo. Nella prassi di Loggia la chiusura è spesso vissuta come pura formalità — la battuta di maglietto che libera i Fratelli e restituisce la sala al mondo profano. Ma il rituale di chiusura dei lavori in grado di Apprendista è, propriamente, un rito a sé, simmetrico e opposto all’apertura: se l’apertura raccoglie, ordina e innalza, la chiusura scioglie, ringrazia e riconsegna.

La tornata di stasera guarda a questo momento come a uno specchio. La Loggia, aperta nel primo grado, ha lavorato: ha ascoltato tavole, discusso, condiviso. La chiusura è l’istante in cui quel lavoro viene fissato e riconosciuto, prima che i Fratelli tornino alle occupazioni ordinarie. La domanda che attraversa tutto è semplice e impegnativa: cosa resta, davvero, quando i lavori si chiudono? Non come ricordo della serata, ma come qualcosa che agisce ancora nel Fratello uscito dal Tempio.

Il tema è pienamente coerente con il grado di Apprendista. Il primo dovere dell’Apprendista è il silenzio, e la chiusura dei lavori è, tra tutti i momenti rituali, quello in cui il silenzio smette di essere una regola disciplinare e diventa una pratica: il raccoglimento con cui si custodisce ciò che si è ricevuto. Chi presiede non “spegne” la Loggia; la riconduce, per gradi, dalla condizione sacra a quella profana, con la stessa cura con cui l’aveva innalzata.


Inquadramento simbolico e rituale

La struttura ternaria del rito. L’antropologia dei riti di passaggio, fissata da Arnold van Gennep, distingue tre fasi: separazione dal mondo ordinario, margine (la soglia, in cui si è “tra due mondi”), reincorporazione nel mondo comune. La tornata massonica riproduce esattamente questa struttura: l’apertura separa la Loggia dal profano, i lavori sono il tempo liminale del margine, la chiusura è il rito di reincorporazione. Non è quindi una coda accessoria: è la terza fase, senza la quale il passaggio resta incompiuto e il Fratello rientra nel mondo senza aver davvero “richiuso la soglia”. Chiudere bene è tanto importante quanto aprire bene.

Il ritorno dalle altezze. W. L. Wilmshurst, nel commento all’apertura e chiusura del primo grado, legge la Loggia come figura dell’uomo stesso e delle sue facoltà. Aprire la Loggia significa “aprire il proprio Tempio interiore”, innalzare la mente al di sopra del livello ordinario — un Sursum corda, un “in alto i cuori”. La chiusura è il movimento inverso: il rilassarsi delle energie interiori e il ritorno della mente al suo livello abituale, ma non senza gratitudine per ciò che si è ricevuto. Chiudere la Loggia è, in questo senso, richiudere con cura il proprio Tempio interiore.

Dal lavoro al riposo. Il rituale scandisce il passaggio dei Fratelli “dal lavoro al riposo” (from labour to refreshment). Nella lettura simbolica di Albert G. Mackey, il lavoro massonico non è mai fatica in vista di un prodotto materiale: è lavoro sulla pietra, cioè su sé stessi, e il riposo che lo chiude non è cessazione ma ritmo. Come nel racconto della creazione il riposo del settimo giorno consacra e riconosce l’opera dei sei, così la chiusura non annulla il lavoro: lo suggella. Il “riposo” rituale è il tempo in cui ciò che è stato smosso può sedimentare. Senza questa alternanza — lavoro e riposo, apertura e chiusura — non c’è misura, e senza misura non c’è opera.

La Catena d’Unione. In molti Riti la chiusura culmina, o è accompagnata, dalla Catena d’Unione: i Fratelli si prendono per mano formando un cerchio attorno al centro della Loggia, simbolo della fratellanza universale che lega gli iniziati “in tutti i tempi e in tutti i luoghi”. La sua descrizione compare già nei più antichi documenti rituali (il manoscritto di Edimburgo del 1696) e la sua eco è nel canto delle Costituzioni di Anderson del 1723 — «Then join Hand in Hand». La forma rituale è densa di significato: la catena non si spezza mai, si apre — di norma con tre movimenti lenti delle braccia — a indicare che, quando il cerchio fisico si scioglie, il legame spirituale tra i Fratelli resta intatto. Nella catena la mano destra dà (palmo verso il basso) e la sinistra riceve (palmo verso l’alto): un circuito di trasmissione in cui ciascuno è insieme donatore e ricevente. Il silenzio che l’accompagna non è vuoto: è la condizione perché quella corrente circoli e perché ciò che la Loggia ha costruito insieme — la sua unione — possa irradiarsi verso il mondo profano, non trattenersi nel Tempio.


Fonti e approfondimenti

  1. W. L. Wilmshurst, The Meaning of Masonry (1922) — Il capitolo sull’apertura e chiusura del primo grado è la fonte più citata sul senso interiore della chiusura: rito che “rilassa le energie interiori” e riconduce la mente al livello ordinario, con gratitudine e con l’obbligo del silenzio custode. Da leggere accanto alla trattazione dell’apertura come Sursum corda, per cogliere la simmetria dei due movimenti.

  2. Albert G. Mackey, An Encyclopedia of Freemasonry (1873), voce “Closing the Lodge” — Trattazione classica e sobria del rito di chiusura nella tradizione anglosassone: le formule, il ruolo delle luci, il congedo. Utile come riferimento “operativo” a fronte della lettura mistica di Wilmshurst.

  3. Arnold van Gennep, Les rites de passage (1909) — L’opera che ha isolato la struttura ternaria (separazione – margine – reincorporazione) di ogni rito di soglia. Fornisce la cornice antropologica per leggere la chiusura come rito di reincorporazione, terza e necessaria fase del passaggio.

  4. La Catena d’Unione — dal Manoscritto di Edimburgo (1696) alle Costituzioni di Anderson (1723) — Le fonti documentarie più antiche del gesto del “prendersi per mano”. Sul piano rituale, la regola che «la catena non si spezza, si apre» condensa tutto il senso della chiusura: il legame permane oltre lo scioglimento fisico dell’assemblea.

  5. Il silenzio dell’Apprendista — Filo che collega la chiusura al primo dovere del grado. Il silere non è mutismo ma raccoglimento; la chiusura è il momento in cui l’Apprendista mette in pratica ciò che il grado gli chiede: custodire, non disperdere. Da approfondire con Il Segreto e la Tradizione Esoterica.


Rilevanza per il cammino massonico

Per l’Apprendista la chiusura dei lavori è, tra i momenti rituali, quello che meglio traduce in gesto il senso del suo grado. Più insegnamenti convergono qui.

Il silenzio come custodia. L’Apprendista siede alla colonna e ascolta; il suo primo impegno è il riserbo. La chiusura mostra che questo silenzio non è passività né esclusione: è la condizione perché ciò che si è ricevuto “germogli”. Wilmshurst lo dice senza mezzi termini — silenzio e segretezza sono essenziali alla gestazione dell’uomo interiore. Chi impara a chiudere impara a non svuotare subito in parole ciò che ha appena ricevuto.

La misura del lavoro. Il grado di Apprendista è il grado del lavoro elementare sulla pietra grezza. La chiusura insegna che ogni lavoro ha un termine da riconoscere: non si lascia la pietra a metà senza deporre gli strumenti con ordine. Il passaggio “dal lavoro al riposo” educa a un ritmo — impegno e sosta, tensione e distensione — senza il quale il lavoro su di sé diventa affanno o dispersione.

In questo senso la chiusura non è la fine del percorso, ma il riconoscimento che un ciclo si è compiuto e che qualcosa può essere portato avanti. È, in piccolo, l’apprendistato di ogni conclusione: imparare a terminare bene è parte del sapere iniziatico quanto imparare a cominciare.


Domande per la riflessione

  1. Se la chiusura è il “ritorno dalle altezze”, quale cura merita? Cosa distingue una chiusura vissuta come rito da una svolta con fretta, come pura formalità?
  2. Il silenzio richiesto all’Apprendista è disciplina esterna o pratica interiore? In che modo la chiusura dei lavori trasforma l’uno nell’altro?
  3. Cosa significa, concretamente, “tenere chiuso il libro del cuore” fino alla prossima apertura? Cosa si perde quando si dice subito e a tutti ciò che si è ricevuto in Loggia?
  4. La Catena d’Unione “si apre e non si spezza”: quale legame, chiusi i lavori, dovrebbe restare intatto anche fuori dal Tempio?
  5. Il passaggio “dal lavoro al riposo” educa a un ritmo. Quel ritmo — impegno e sosta — trova posto anche nella vita ordinaria di chi lavora sulla pietra grezza?

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Fonti / Bibliografia

  • Anderson, James, The Constitutions of the Free-Masons, William Hunter for John Senex and John Hooke, London, 1723.
  • Mackey, Albert G., An Encyclopedia of Freemasonry and Its Kindred Sciences, Moss & Company, Philadelphia, 1873 (voce “Closing the Lodge”).
  • van Gennep, Arnold, Les rites de passage, Émile Nourry, Paris, 1909.
  • Wilmshurst, Walter Leslie, The Meaning of Masonry, P. Lund, Humphries & Co., London, 1922.
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