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A Serious Man

film 2009 ☉ 10 min di lettura
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A Serious Man

Un professore di fisica del Minnesota, alla fine degli anni Sessanta, vede la propria vita disgregarsi pezzo per pezzo senza riuscire a comprenderne il motivo. A Serious Man, film del 2009 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, non è soltanto una commedia amara innestata sull’autoironia della cultura ebraica: è una rilettura contemporanea del Libro di Giobbe, condotta con il rigore di chi conosce dall’interno — i Coen sono nati e cresciuti in una comunità ebraica del Midwest non dissimile da quella del film — le forme e i limiti della consolazione religiosa. Il vault la include come opera-soglia: un testo che pone la domanda sul senso della sofferenza senza offrire scorciatoie, lasciando che sia lo spettatore a misurarsi con l’indeterminazione del reale.

La pellicola

Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg) è un uomo mite, onesto, apparentemente ligio a ogni dovere: marito affidabile, padre paziente, professore integerrimo, cittadino perbene. In pochi giorni la sua vita si sgretola: la moglie Judith lo lascia per Sy Ableman, uomo che lei giudica più “concreto” di lui; il fratello disoccupato Arthur occupa il divano di casa senza prospettive; il figlio Danny ha problemi disciplinari e fuma erba mentre si prepara al bar mitzvah; la figlia Sarah gli ruba denaro dal portafoglio; uno studente coreano tenta di corromperlo per un voto e poi lo minaccia di diffamazione; lettere anonime mettono a rischio la sua cattedra; i vicini di casa alternano ostilità e tentazione. Come nota Daniele Onori, Larry «appare un moderno Giobbe, incapace di comprendere perché il destino abbia cominciato ad accanirsi contro di lui»: un uomo che ripete «Non ho fatto nulla», convinto — a torto o a ragione — di non meritare i colpi che riceve.

In cerca di risposte, Larry consulta tre rabbini disposti a diversi livelli della gerarchia religiosa: un crescendo di visite, ciascuna più solenne della precedente, che rispecchia — come osserva Virgilio Fantuzzi — la struttura del Libro di Giobbe, dove tre amici si succedono nel tentativo di spiegare la sciagura dell’uomo giusto. Le risposte che Larry ottiene sono elusive, fatte di parabole e aforismi che non spiegano nulla e lasciano che l’angoscia si approfondisca: «Le cose non vanno così male, basta guardare il parcheggio», gli dice il primo rabbino. Il film si apre con un prologo in yiddish, ambientato in uno shtetl ottocentesco, in cui una coppia di sposi accoglie — o respinge come dybbuk, spirito di un defunto — un misterioso visitatore: un racconto di sana pianta inventato dai Coen, che presagisce «tempi terribili» e introduce fin dal principio una doppia possibilità di lettura, spirituale e mondana, che percorrerà tutto il film.

Simboli e vie iniziatiche

Il film costruisce la propria architettura simbolica sul modello di Giobbe: la sofferenza dell’innocente, la ricerca ostinata di una causa dove forse non c’è che mistero, il confronto con amici — qui rabbini — che offrono consolazioni insufficienti perché costruite su un ordine morale semplificato, meccanico, dove ad ogni colpa corrisponde una pena. Larry è un fisico che insegna il principio di indeterminazione e il paradosso del gatto di Schrödinger — figure di una realtà che si sottrae all’osservazione univoca — eppure pretende, nella propria vita, una relazione lineare di causa ed effetto: la sua stessa disciplina scientifica lo tradisce, mostrandogli un mondo che non si lascia racchiudere in formule. Qui si radica il tema del Mistero del male: la sofferenza dell’innocente non trova spiegazione razionale, e il film — come il testo biblico — rifiuta di fornirne una, insistendo invece sulla necessità di una relazione con il divino che vada oltre la spiegazione.

Le tre visite ai rabbini disegnano una via che assomiglia, per struttura, a un cammino di Iniziazione mancata o rovesciata: gradini successivi verso una soglia che dovrebbe dischiudere un senso, e che invece restituisce solo immagini — il parcheggio, i denti del “gentile” su cui appaiono lettere ebraiche, il rimando finale ai testi di una canzone rock. Ognuna di queste immagini, per quanto banale in apparenza, allude a un piano ulteriore di lettura: la Soglia che Larry attraversa a ogni visita non è mai quella che si aspetta, e la vera soglia — l’incontro con il rabbino Marshak, il più elevato nella gerarchia — viene concessa non a lui ma al figlio Danny, quasi a suggerire che la trasmissione della saggezza salta le generazioni logore per rivolgersi a chi è ancora capace di ascoltare. La Prova di Larry non è dunque superata con una vittoria, ma attraversata: il film lascia aperta, fino all’ultima inquadratura — un turbine che si avvicina alla scuola dei figli, mentre a Larry viene comunicato un referto medico infausto — la domanda se la sofferenza abbia insegnato qualcosa o si sia semplicemente ripetuta.

Il riferimento alla Kabbalah e alla tradizione mistica ebraica affiora nei dettagli linguistici e rituali del film — l’agunah, il divorzio rituale; l’Hashem, “il Nome”, con cui i personaggi si riferiscono a Dio evitando di pronunciarne l’appellativo diretto; il dybbuk del prologo — e compone un tessuto in cui il quotidiano suburbano americano e l’antica tradizione esoterica ebraica si sovrappongono senza fondersi, proprio come nella vicenda di Larry il piano razionale e quello spirituale restano paralleli, mai davvero riconciliati. La Sofferenza, in questa cornice, non è punizione né prova a lieto fine: è condizione umana da attraversare mantenendo, per quanto possibile, la propria integrità — il che rimanda al termine yiddish che il film stesso invoca, Mensch, l’uomo retto, la cui rettitudine tuttavia non lo protegge da nulla.

Rilevanza massonica

Per un percorso iniziatico, A Serious Man costituisce un monito prezioso contro la tentazione di cercare risposte definitive dove la tradizione autentica insegna piuttosto a sostare nella domanda. I tre rabbini falliscono non perché sbagliano nel merito, ma perché Larry — e con lui lo spettatore — pretende da loro una soluzione tecnica a un problema che è invece esistenziale: la differenza fra sapere e comprendere, fra la lettera e lo spirito dell’insegnamento, è la stessa che separa il grado dalla sostanza in ogni cammino iniziatico. Il film ammonisce contro la ricerca di un maestro che risolva al posto dell’allievo, ricordando che la vera guida — quando arriva, come nell’incontro finale fra Danny e il rabbino Marshak — parla nel linguaggio di chi ascolta, e che il suo messaggio, “sii un bravo ragazzo”, per quanto disarmante nella sua semplicità, condensa un intero programma etico.

Vi è inoltre, nella parabola di Larry Gopnik, un richiamo severo al valore della coerenza sotto la prova: l’uomo che si professa integerrimo e che infine, piegato dalle circostanze, accetta la corruzione che aveva respinto, mostra quanto la rettitudine dichiarata sia meno solida della rettitudine esercitata. Per la Loggia, che nel proprio lavoro chiede a ciascun Fratello di misurarsi con le proprie ombre più che di proclamare le proprie virtù, il film offre un caso di studio sull’ipocrisia inconsapevole — quella di Sy Ableman, che si crede “uomo serio” mentre tesse inganni — e sulla fragilità della stessa autostima morale quando non è sorretta da un lavoro interiore costante.

Le letture di approfondimento

Le tre letture che seguono, tutte accessibili fin dal primo grado, offrono prospettive complementari sul film: una introduzione al parallelo con Giobbe, un’analisi puntuale della trama e del contesto ebraico, un approfondimento sul significato del titolo e sulla figura dell‘“uomo serio”.

Per l’Apprendista

Daniele Onori apre la lettura del film insistendo sul parallelo con Giobbe: Larry Gopnik è un uomo virtuoso colpito da una sequenza di sventure immotivate — l’abbandono della moglie, la minaccia al lavoro, i problemi dei figli — che lo spingono a interrogare tre rabbini nella speranza di ottenere ciò che i tre amici di Giobbe non seppero dare: un senso. Onori sottolinea come il libro biblico non riguardi soltanto la sofferenza umana, ma la natura stessa di Dio e il rapporto fra l’uomo e una giustizia che eccede la logica di causa ed effetto a cui la mente moderna — e Larry, da fisico, in modo particolare — è abituata a pensare. Cita san Girolamo, primo traduttore della Bibbia in latino, secondo cui spiegare Giobbe «è come tentare di tenere nelle mani un’anguilla: più forte la si preme più velocemente sfugge di mano». La colpa di Giobbe, osserva Onori, è “misteriosa”: espiare da innocenti significa credere in un ordine trascendente, anche quando quell’ordine appare ingiusto. Giobbe, alla fine, non ottiene spiegazioni ma la certezza che Dio lo ascolta e lo chiama amico: è questo, per Onori, il salto della fede — non attribuire senso al dolore, ma non rinunciare alla vita a causa di esso.

Virgilio Fantuzzi ricostruisce con precisione filologica la trama e il contesto: siamo nel 1967, in una comunità ebraica del Midwest che rispecchia da vicino quella in cui i fratelli Coen sono cresciuti, e il film è “infarcito” dei loro ricordi personali — l’agunah, il divorzio rituale; il bar mitzvah di Danny, che deve leggere la haftorah in sinagoga; l’uso del termine Hashem (“il Nome”) al posto del nome divino. Fantuzzi nota come le tre visite ai rabbini, disposte “dal basso verso l’alto” della gerarchia religiosa e scandite da un cerimoniale crescente, si rivelino tutte ugualmente infruttuose: i rabbini si rifugiano dietro parabole e aforismi che non rispondono alla domanda di fondo — perché il giusto soccombe mentre il malvagio trionfa? — lasciando che Larry sprofondi nella disperazione. A differenza di Giobbe, però, osserva Fantuzzi, Larry non è un uomo di fede messo alla prova: è un uomo semplicemente rassegnato, e i Coen sembrano “divertirsi, non senza una punta di sadismo”, nel verificare fino a che punto quella rassegnazione possa resistere — la risposta, purtroppo, è negativa: prima della fine Larry accetterà la bustarella dello studente coreano. Fantuzzi legge anche il prologo yiddish — la coppia di sposi e il misterioso visitatore, forse benefattore, forse dybbuk — come parte di una tradizione di racconti che invitano a sorridere della morte per esorcizzarne la paura, morte che “falcia inesorabilmente i giusti come i peccatori” ed è, per i Coen, l’unica certezza.

Jeremy Ambrose sposta l’attenzione sul titolo stesso: chi è, davvero, “un uomo serio”? Nel film il personaggio esplicitamente definito così non è Larry ma Sy Ableman, l’uomo che seduce la moglie di Larry mantenendo intanto una facciata di rispettabilità presso la comunità — e che si scopre essere l’autore delle lettere anonime contro Larry. Ambrose osserva che Sy “non solo ha confuso chi gli stava intorno, ma si è confuso anche sé stesso”, credendosi davvero un uomo serio mentre incarna un’ipocrisia profonda. Il legame fra Larry e Sy — sottolineato dal fatto che i due hanno un incidente d’auto nello stesso momento — spinge Larry a chiedere al rabbino Nachtner se Dio non gli stia dicendo «che Sy Ableman sono io». Ambrose analizza la passività di Larry, riassunta nel ritornello «Non ho fatto nulla»: parole che sembrano vere ma che, osserva l’autore, “lo condannano”, perché rivelano un’esistenza senza slancio, incapace di autentica connessione — con la moglie, con i figli, con gli studenti. Anche il gesto quasi involontario verso l’adulterio con la vicina, o l’accettazione della corruzione dello studente coreano, nascono da questa passività, mostrando — a differenza del Libro di Giobbe, dove non c’è correlazione fra colpa e sciagura — un meccanismo quasi di causa ed effetto morale. Ambrose individua nel film una costante “doppia visione”: il prologo yiddish (dybbuk o uomo malato?), il gatto di Schrödinger evocato in aula, le storie dei primi due rabbini — tutte figure di una realtà che si può leggere su due piani, mondano e spirituale, e Larry resta fisso sul primo. La risposta definitiva, per Ambrose, giunge non a Larry ma a suo figlio Danny, quando il rabbino Marshak, restituendogli la radio confiscata, cita i versi della canzone dei Jefferson Airplane che il ragazzo ascoltava — «Non hai bisogno di qualcuno da amare? Faresti meglio a trovare qualcuno da amare» — e chiude con l’istruzione «Sii un bravo ragazzo». Per Ambrose l’amore, non la comprensione, è la risposta che il film offre al mistero della sofferenza: proprio come Giobbe non riceve spiegazioni ma la presenza di Dio, così Danny — e forse lo spettatore — riceve non una dottrina ma un invito a mettere l’amore in pratica.

Fonti

  • Daniele Onori — A Serious Man di Joel ed Ethan Coen (2009)
  • Virgilio Fantuzzi — A Serious Man
  • Jeremy Ambrose — Serietà divina e i problemi di essere “un uomo serio”
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