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La Montagna Sacra
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Un ladro dal volto di Cristo, tratto dal fango di un’esistenza degradata, viene condotto da un Alchimista lungo un cammino di trasmutazione interiore che culmina nella scalata di una montagna abitata da nove immortali. Presentato al Festival di Cannes nel 1973 e finanziato grazie all’amicizia tra Alejandro Jodorowsky e John Lennon, il film è un lettera aperta contro la modernità, un catalogo vivente di simbologie esoteriche occidentali e orientali, e insieme una messa in scena spietata dell’avidità, del potere e dell’illusione che governano il mondo degli uomini.
La pellicola
Il film si articola in tre movimenti: smarrimento, iniziazione, scalata. Il Ladro, crocifisso e lapidato senza ragione da un’orda di bambini, vaga privo di meta in una Città del Messico grottesca e militarizzata, teatro di parate religiose fanatiche, fucilazioni riprese come spettacolo turistico e la messinscena beffarda della conquista delle Americhe con rospi armati e iguana azteche. È materia grezza, la nigredo alchemica ancora informe, schiava dell’oro e dell’apparenza.
L’incontro con l’Alchimista, interpretato dallo stesso Jodorowsky, segna il passaggio dal mondo profano a quello iniziatico: rinchiuso in un atanòr di vetro insieme ai propri escrementi, il Ladro assiste alla propria trasmutazione in oro, per poi essere invitato a superare la mera ricchezza materiale. Riceve quattro oggetti — bastone, spada, coppa, medaglione — corrispondenti ai semi dei tarocchi e ai quattro elementi, ed è introdotto a nove compagni, ciascuno associato a un pianeta e a un vizio del potere: industria, guerra, arte corrotta, educazione manipolata, tirannia, repressione. Con loro intraprende l’ascesa vera e propria, fatta di prove, riti sciamanici e rinunce, fino alla vetta dove i Nove Immortali attendono — e dove un colpo di scena metacinematografico rivela l’intera vicenda come un set, un’illusione da cui uscire per tornare alla vita reale.
Simboli e vie iniziatiche
L’intero film è un trattato per immagini sulla Grande Opera alchemica: il Ladro attraversa nigredo, albedo e rubedo nel vaso a forma d’uovo dell’Alchimista, mentre il pellicano che si lacera il petto per nutrire i piccoli veicola l’idea del sacrificio come trasmissione del sapere. I Tarocchi scandiscono il percorso fin dal primo fotogramma, che accosta il Ladro alla carta del Matto: dagli arcani maggiori Jodorowsky trae una mappa dell’anima che dall’infinita potenzialità conduce, attraverso venti tappe, alla realizzazione simboleggiata dal Mondo. L’Iniziazione del Ladro passa per un rituale che allude al risveglio dei chakra, per l’assunzione di piante sacre in cerimonie di ispirazione sciamanica e per la rinuncia progressiva all’Io individuale in favore di un corpo collettivo.
I nove compagni-Pianeti rappresentano l’umanità dominata dal potere temporale — industria bellica, arte ridotta a merce, educazione asservita, repressione poliziesca — e la loro trasformazione in adepti è la prova che nessuna materia, per quanto vile, è esclusa dalla possibilità di Ascesa. L’enneagramma, presente nel ciondolo dell’Alchimista e nella disposizione dei Nove alla tavola finale, richiama la dottrina di Gurdjieff sulla creazione di un’anima che l’uomo non possiede per nascita ma deve costruire nel corso della vita. Il finale, con lo smascheramento degli Immortali e l’irruzione della troupe nell’inquadratura, capovolge la ricerca dell’immortalità in una critica dell’Illusione: la Montagna Sacra è essa stessa Maya, velo della filosofia vedantica, e la vera meta non è la vetta ma il ritorno, trasformati, alla vita reale.
Rilevanza massonica
La Montagna Sacra propone, in forma cinematografica estrema, la struttura stessa del cammino iniziatico massonico: un profano tratto dal disordine del mondo profano, sottoposto a prove di purificazione, condotto per gradi verso una conoscenza che nessuna autorità esterna può concedere ma che va conquistata attraverso il lavoro su di sé. Il passaggio dal metallo vile all’oro — motto alchemico che la tradizione massonica fa proprio fin dal rituale di spoliazione dei metalli — trova nel film una messinscena letterale, così come letterale è l’invito a “creare la propria anima” attraverso strumenti simbolici, non dissimile dall’uso che la Loggia fa degli strumenti di lavoro e degli emblemi.
Il finale, che smaschera la montagna e gli immortali come costruzione scenica, non svilisce il percorso ma lo compie: ricorda che ogni simbolo, ogni grado, ogni “segreto” iniziatico è un mezzo e non un fine, e che la vera Grande Opera si misura nella vita reale dell’iniziato una volta uscito dal Tempio, non nell’accumulo di conoscenze o titoli. È un monito severo contro la cristallizzazione del simbolo in idolo — lo stesso rischio che il film denuncia nella religione ridotta a statue in serie del Cristo.
Le letture di approfondimento
Tre autori accompagnano la visione a profondità crescente: la lettura completa del film, i suoi retroscena produttivi e infine la sua trama simbolica più fitta.
Per l’Apprendista
Mitsuharu Hirose inquadra La Montagna Sacra come un cammino iniziatico che porta un reietto dal fango fino alla vetta inviolabile della Montagna, attraverso un percorso di ininterrotta ri-creazione e trasmutazione interiore, il cui fine non è solo dominare la morte ma conoscere il segreto della vita. Ricostruisce la genesi del film nel movimento di teatro panico fondato da Jodorowsky con Topor e Arrabal a Parigi, e ne coglie il tratto distintivo: la contraddittorietà, la molteplicità dei principi, la metamorfosi continua di sé e delle cose, trasferite dal teatro surrealista al cinema con i finanziamenti di John Lennon e Yoko Ono.
Ripercorre le tre fasi del film — smarrimento, iniziazione, scalata — e si sofferma sulla scena dell’atanòr alchemico, dove il pellicano che si lacera il petto significa il sacrificio come trasmissione del sapere, e sui quattro oggetti donati al neofita, corrispondenti ai quattro doveri dell’iniziato secondo Eliphas Levi: sapere, osare, volere, tacere. Cita la Salita del Monte Carmelo di San Giovanni della Croce e Il Monte Analogo di René Daumal come fonti dichiarate dallo stesso Alchimista nel film, che elenca le molte montagne sacre delle tradizioni del mondo come variazioni di un’unica leggenda.
Hirose dedica ampio spazio al parallelismo tra la vicenda narrata e l’esperienza reale del cast, raccontata da Jodorowsky ne La danza della realtà: mesi di clausura, esercizi iniziatici, un gruppo eterogeneo di scarti sociali scelto deliberatamente come “materia prima” — la nigredo — da cui, per purificazioni successive, avrebbe dovuto nascere la pietra filosofale. Il film, conclude, dimostra che ogni uomo, anche il più abietto, è in potenza “panico” e può diventarlo, perché il mondo stesso, in sé, è panico.
Fonti
- Mitsuharu Hirose — La Montagna Sacra (approfondimento)
- Filippo Marani Tassinari — La Montagna Sacra: oltre allo scandalo c’è molto di più
- Yorgos Papanicolaou — La Montagna Sacra di Jodorowsky: piccola guida alla scalata
- Alejandro Jodorowsky — Panico e Pollo Arrosto, in Panico!, Giunti Editore, Firenze, 2007
- Alejandro Jodorowsky — La danza della realtà, Feltrinelli, Milano, 2006
- Alejandro Jodorowsky — Psicomagia. Una terapia panica, Feltrinelli, Milano, 2005
- Alejandro Jodorowsky — Le pietre del cammino, Giunti Editore, Firenze, 2009
- Carl Gustav Jung — Psicologia e alchimia
- Carl Gustav Jung — Gli archetipi e l’inconscio collettivo (cap. Simbolismo del mandala)